Il Discorso della Montagna

Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.

Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Matteo 5, 13-16

Sale e luce. Due potenti immagini che rendono l’idea di cosa dovremmo essere nel mondo.

La caratteristica principale del sale e della luce consiste nella loro invisibilità. 

Il sale dà sapore alle cose, ma per farlo scompare alla vista. Ci si accorge della sua presenza solo quando si mangia una pietanza. Finché è riconoscibile come sale non è utile. Per esserlo deve scomparire nella sua consistenza propria e per questo cambia le cose nel loro sapore. 

La fede, e la testimonianza della fede, allo stesso modo sono significative non solo quando si pongono come riconoscibili agli occhi del mondo, ma quando silenziosamente cambiano il sapore del mondo, il suo senso più profondo.

Così un medico è riconoscibile come cristiano, dalla qualità del suo essere medico. Un giardiniere, dalla cura con cui coltiva le sue piante. Una madre, dalla tenerezza con cui esercita la sua maternità. 

Un cristiano ovunque si trova non può lasciare le cose uguali, le cambia, le insaporisce, le rende significative. In questo senso il cristianesimo non pianta tanto bandierine di conquista, ma ha la pazienza di trasformare le cose da dentro.

Ha ragione papa Benedetto XVI quando ha detto che il cristianesimo si propaga non per proselitismo ma per attrazione. 

Allo stesso modo la luce in sé è invisibile, diventa visibile solo quando si scontra con un oggetto e lo rivela. Noi dovremmo essere quella luce che rivela le cose, i volti soprattutto della gente, la loro unicità, diversità, bellezza nascosta. 

Un cristiano valorizza i dettagli, dà dignità a ciò che il mondo scarta, rende visibili gli invisibili della storia.

Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento.

In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.

Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

Matteo 5, 17-20

Nel Discorso della Montagna, l’evangelista Matteo raccoglie l’insegnamento morale che Gesù impartisce ai suoi discepoli, dopo aver annunciato la novità del regno di Dio.

Accogliere il regno di Dio esige un cambiamento radicale di mentalità: si tratta di scegliere un nuovo progetto di vita.

Gesù descrive questo nuovo progetto di vita, che porta a compimento le esigenze contenute nell’antico progetto di vita dei dieci comandamenti. Gesù conferma la loro validità, ma insieme li perfeziona e li riconduce all’unità dell’amore.

Non basta un osservanza esteriore dei comandamenti.
Questa deve partire dall’intimo del cuore, da un amore vero per Dio e per il prossimo.

I comandamenti indicano il grado minimo di questo amore. Ma Gesù vuole che i suoi discepoli non si fermino qui. Non è sufficiente non fare del male a chi ce ne ha fatto, bisogna fargli del bene. Questo è il modo rivoluzionario di pensare e di agire di Gesù per mostrare l’Amore di Dio!

Ma i comandamenti e le parole di Gesù cadono in un cuore inclinato al male, chiuso, egoista, schiavo delle passioni: un cuore capace di stravolgere tutto, anche di trasformare in ipocrisia gli atti di culto a Dio e di amore verso il prossimo.

Ci vuole un cuore nuovo, libero e aperto. Con il suo amore obbediente fino alla morte, con la forza della sua Resurrezione e con il dono dello Spirito, Gesù dà all’uomo, che si affida a lui, questo cuore nuovo, capace di amare sull’esempio di Dio. Già il profeta Ezechiele, rivelava: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36, 26).

Dio ci ha amato per primo, quando eravamo peccatori; dunque anche noi dobbiamo fare il primo passo verso i fratelli che ci hanno offeso o che abbiamo offeso.

Dio ama tutti, buoni e cattivi, su tutti fa sorgere il sole del suo Amore; così anche noi dobbiamo amare tutti senza distinzione.

Gesù ci ha amati fino al sacrificio di sé. “Amatevi come io vi ho amato” (Gv 15,12).
È il comandamento nuovo di Gesù. Gesù ha dato la vita per noi. Dunque, conclude l’apostolo Giovanni, anche noi dobbiamo dare la vita per i nostri fratelli (cfr 1 Gv 3,16). Perché amore più grande non c’è che dare la vita per chi si ama (cfr Gv 15,13).

L’Amore di Gesù è la legge di vita del discepolo e amare come Gesù è il centro vivo del progetto di Dio.

Solo un cuore pieno di amore può comunicare amore. Nessuno dà quello che non ha. Ma il cuore dell’uomo è una cisterna vuota se egli non si apre a Dio per riempirsi del suo amore.

Il discepolo di Gesù è chiamato a non tenere per sé l’amore ricevuto da Dio. Deve manifestarlo e comunicarlo.

Il cristiano ama perché è amato da Dio. Ama ogni persona umana perché ogni persona umana è amata da Dio come un figlio. Non è possibile amare il padre senza amare il figlio. Non è possibile amare Dio senza amare il prossimo. Chi dice di amare Dio senza amare il fratello è un bugiardo (cfr 1 Gv 4,20).

Le parole del Discorso della Montagna acquistano significato soltanto in questo orizzonte di lettura. Amare il prossimo con il cuore di Dio.

L’insegnamento di Gesù nel Discorso della Montagna è un punto di riferimento costante e una guida sicura della coscienza morale del cristiano.

Ali d’aquila sulle più Alte Vette

Approdo a Dio attraverso la Creazione

di Hannah Hurnard, scrittrice cristiana britannica

Nel Libro del profeta Isaia leggiamo: “Coloro che sperano nel Signore rinnovano le loro forze; mettono ali come aquile” (Is 40, 31).

Con questo libro l’Autrice dà seguito alla storia narrata nei suoi due precedenti bestseller.

È questa una straordinaria allegoria che narra le avventure di Veritiera (Amante della Verità), figlia di Grazia Celeste e di Intrepido Testimone, le cui vicende sono l’oggetto dei precedenti volumi.

Veritiera lascia i genitori e le Alte Vette per compiere un viaggio che la porterà alla Città in cima al Monte, ai pericolosi Pinnacoli, all’Abisso dell’Amore e finalmente al Giardino dell’Eden.

Ma perché Più Alte Vette?

Non esistono limiti all’altezza delle Vette perché non esistono limiti all’Amore di Dio. Esso pervade tutta la Creazione, avvolge ogni creatura: è questa la semplice e grande lezione del libro, oggi particolarissimamente attuale ed urgente.

Lo slancio mistico e la fervida immaginazione dell’Autrice sono qui più coinvolgenti che mai. Ci fanno stupire della nostra quotidiana piccolezza. Ci confrontano nella nostra ricerca di ciò che è vero e di ciò che è buono. Ma soprattutto ci dicono come il nostro spasimo d’Assoluto non sia un’utopia, ma abbia una profonda ragione d’essere nelle realtà che ci circondano e che guardiamo senza vedere.

Entreremo anche noi nella gioia del Signore, nel Cielo più alto!

BUONA LETTURA!

La via delle Beatitudini – XIII

Nella lunga storia del Cristianesimo, molti discepoli di Gesù hanno vissuto fedelmente il suo messaggio nella semplicità della vita quotidiana e nell’anonimato della gente comune, sconosciuti agli uomini, ma non a Dio.

Ve ne sono altri che hanno dato la testimonianza più visibile ed esemplare di una vita secondo le Beatitudini, incarnandole nel loro momento storico.

I santi non sono prima di tutto eroi della volontà o campioni dell’intelligenza. Sono i capolavori di Dio e del suo Spirito. Sono i veri discepoli di Gesù che hanno seguito fino in fondo il Maestro, vivendo con radicalità il messaggio delle Beatitudini. I santi sono totalmente relativi a Gesù. Senza di lui sono nessuno.

Con la loro vita dicono a tutti: “Vivere l’ideale delle Beatitudini è possibile. Anche tu puoi. Basta che tu voglia, basta che tu ti apra ad accogliere l’aiuto di Dio”.

La via della felicità vera e duratura non è la via del piacere, del denaro, del successo, dell’affermazione di sé, della vendetta, della negazione di Dio. Non è la via del “tutto e subito a qualunque costo”.

La via della felicità è paradossalmente la via del sacrificio, della pazienza, della rinuncia a se stessi, del perdono generoso, della fedeltà alla coscienza, distacco dalle cose, della fede in Dio…

È una via che non ha scorciatoie, che esige l’impegno di ogni giorno, sulla quale si avanza piccoli passi.

La via della felicità delle Beatitudini di Gesù.

Eccovi alcuni esempi di donne e di uomini del nostro tempo, che sono stati capaci di vivere le Beatitudini nella loro vita.

Padre Massimiliano Kolbe, francescano perseguitato dal nazismo, che nel campo di concentramento di Auschwitz prende il posto di un padre di famiglia condannato a morte.

Raoul Follereau, che ha dato tutta la vita per i lebbrosi.

Papa Giovanni XXIII, uomo mite, dedito a cercare ciò che unisce e a superare ciò che divide.

Roger Schutz, fondatore della comunità ecumenica di Taizé, che ha dedicato la vita per portare pace e unità nelle Chiese cristiane.

Martin Luther King, pastore protestante, ucciso a causa del suo impegno non violento per il superamento delle discriminazioni razziali negli Stati Uniti.

Madre Teresa di Calcutta, suora, che in India e nel mondo si è messa a servizio dei più poveri tra i poveri.

Marcello Candia, ricco imprenditore, che lascia tutto per andare in Brasile a servire i poveri.

Benedetta Bianchi Porro, una ragazza che, giunta alle soglie della laurea in medicina, vive una terribile malattia con una fede luminosa.

Chiara Luce Badano, appartenente al movimento dei focolari, morì poco prima di compiere 19 anni a causa di un osteosarcoma. È nota per la sua dedizione alla cura di bambini e anziani e il suo comportamento definito «eroico» davanti alla malattia.

Carlo Acutis, che fin da piccolo visse la fede in ogni aspetto della sua vita: a soli sette anni si accostò alla Prima Comunione. La sua devozione, rivolta in particolare, oltre che all’Eucaristia (che chiamava «La mia autostrada per il Cielo»), alla Madonna, lo portava quotidianamente a partecipare alla Santa Messa e a recitare il rosario. I suoi modelli erano i santi Francisco e Jacinta Marto, san Domenico Savio, san Luigi Gonzaga e san Tarcisio. Oltre agli interessi normali di un adolescente, si adoperava anche per aiutare gli ultimi. Tra le sue passioni c’era l’informatica, per la quale mostrava un grande talento, e della quale si serviva per testimoniare la fede attraverso la realizzazione di siti web. Nel 2006 si ammalò improvvisamente di leucemia fulminante, a causa della quale morì in soli tre giorni, dopo aver offerto le sue sofferenze per il Papa e per la Chiesa.

Papa Giovanni Paolo II, una figura straordinaria che ha segnato la storia del Novecento e della Chiesa. Un uomo che ha saputo impartirci una chiara lezione di vita sulla sofferenza, il dolore e la morte. Da quella cattedra della sofferenza, ha saputo continuare a insegnare con la testimonianza della sua vita e del suo dolore. Un papa, che infaticabilmente ci ha indicato costantemente Cristo: ci ha invitato a guardare a Lui, a ripartire da Lui: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!»

La via delle Beatitudini – XII

Oggi ritorniamo al tema delle Beatitudini, dopo la lunga pausa estiva.

Nell’enunciato di ciascuna delle Beatitudini c’è una tensione tra la prima parte, che descrive una situazione umanamente negativa e la seconda, che evoca un avvenire del tutto diverso.

Avvenire garantito da una promessa di Dio, portatrice di speranza.

Avvenire che comincia nella storia, nel mondo presente, ma che avrà compimento oltre la storia, nel regno di Dio.

Se si svuota la dimensione di futuro delle Beatitudini e la si riduce dentro un orizzonte puramente storico, si perde il senso dato loro da Gesù.

Basta infatti uno sguardo a quello che capita oggi nel mondo, a quello che è avvenuto nella storia, per vedere che la condizione umana è segnata dalla povertà di molti e dalla ricchezza dei pochi, dalla sofferenza e dal pianto dei miseri, dal forte che opprime impunemente il debole, dal cattivo che elimina l’innocente…

I poveri e gli oppressi muoiono poveri e oppressi, senza aver potuto vedere il giorno della liberazione e senza avere avuto dalla vita neppure un momento di felicità. Una storia che dura da millenni e di fronte alla quale, nonostante gli innegabili progressi, l’uomo appare impotente.

Su questa storia triste sembra stendersi il silenzio, il non intervento di Dio. Sembra che la violenza abbia via libera per dominare incontrastata. Per il credente nasce l’interrogativo: chi è il signore della storia? Dio o il peccato?

Con l’annuncio delle Beatitudini, Gesù proclama solennemente: contro l’incomprensibile storia di sofferenza e di ingiustizia, che lo sforzo umano con tutte le sue risorse di intelligenza e di volontà non riesce a debellare, entra in azione Dio stesso. Nonostante tutte le apparenze, è Dio il Signore della storia. Dio è giusto e renderà giustizia ai poveri e agli oppressi, darà la gioia agli afflitti.

Le Beatitudini rivelano il cuore di Dio: Egli vuole la vita e la gioia per tutti gli uomini, e non la morte. Gesù ci assicura che questa volontà si realizzerà infallibilmente.

Le Beatitudini sono il “no” assoluto e definitivo di Dio al male e alla sofferenza e la certezza che il senso della vita e della storia sono la pace e la gioia senza fine. La felicità di cui parlano le Beatitudini è perciò legata alla promessa di Dio, che dà all’uomo una meravigliosa speranza. La speranza anticipa nel presente, ciò che deve avvenire nel futuro.

Il messaggio delle Beatitudini è totalmente stravolto, se viene inteso come rassegnazione passiva al male, all’oppressione, alla sofferenza nel presente, in attesa di una felicità futura.

Le Beatitudini sono un appello a scegliere il progetto di vita in esse contenuto. L’annuncio della volontà e dell’azione di Dio diventa per l’uomo un preciso impegno morale. La felicità promessa è “condizionata” a chiare scelte.

Il “no” assoluto di Dio alla sofferenza, al peccato, all’ingiustizia esige da parte dell’uomo:

  • l’accettazione gioiosa della propria condizione di povero di fronte a Dio, la fede in Lui, il rifiuto della propria autosufficienza;
  • l’impegno concreto di tutte le forze creative dell’amore per vincere le sofferenze, le divisioni, le ingiustizie e portare consolazione, pace e giustizia;
  • la decisione di essere veri e sinceri nei rapporti con il prossimo, di avere sempre intenzioni rette nell’agire, evitando la doppiezza;
  • il rifiuto della violenza come via per la giustizia e la felicità, unito alla scelta di vincere il male con il bene e con il perdono generoso;
  • la disposizione a fare il bene secondo la volontà di Dio, anche a costo di persecuzioni e della stessa morte.

Ma più l’uomo si impegna attivamente con la forza dell’amore a lottare contro ogni male in sé e fuori di sé, più sperimenta l’impotenza umana a vincere “tutti” i mali. Esiste una sofferenza che nessun uomo può vincere e dalla quale solo Dio può liberarci. Con la parola e con la vita, Gesù ci assicura che Dio porterà a compimento l’opera di liberazione. Egli infatti ha sofferto durante la sua passione, ha offerto la propria vita morendo in croce, una tortura atroce e umiliante, una morte infame e scandalosa, ed è risorto, per affermare definitivamente che il peccato, la malattia e la morte non hanno più potere, ma sono state vinte da Gesù. Egli è più che vincitore nella lotta contro il male.

Dio rifiuta di approvare la prepotenza del male e si pone come garante della vittoria definitiva del bene su tutte le forze del male. Per questo le Beatitudini sono il più grande messaggio di speranza. Speranza che l’impegno, la fatica e le sofferenze, per seminare nel mondo la vita e la gioia, non saranno vani.

Le Montagne delle Spezie

Dalle Alte Vette qualcuno ci guida

di Hannah Hurnard, scrittrice cristiana britannica

Le Montagne delle Spezie” è l’inevitabile e necessario complemento delle vicende di “Timorosa-Grazia Celeste” dopo Piedi di cerva sulle Alte Vette.

Quando si è raggiunti dall’Amore è infatti impossibile tenere per sé questo tesoro; parteciparlo, condividerlo, diffonderlo diviene indispensabile, anche per non chiudersi in una sia pur splendida torre d’avorio.

Per questo la protagonista ritorna tra la gente della Vallata per trasmetterle la testimonianza della propria Gioia e Pace.

Ecco le sue nuove avventure, non più in un ascesi solitaria, ma in un intreccio corale di personaggi e situazioni in ognuno dei quali il lettore scoprirà un invito a cambiare qualcosa di sé.

I personaggi di questo racconto sono naturalmente personificazioni delle infelici inclinazioni del cuore, della mente e del carattere di cui portano il nome. Sono per lo più gli stessi nemici di Timorosa che nel primo libro cercavano di ostacolare il suo viaggio.

Proprio quelle infermità che ci portiamo appresso dalla nascita e che ci appaiono come il maggiore ostacolo ad una vita cristiana, sono in realtà le vere cose che abbandonate al Salvatore possono venir trasformate nel loro esatto contrario, e perciò creare in noi le più squisite qualità.

Per cui ciò sarà possibile solo se ci si affiderà alla guida di Qualcuno, solo se insieme alla protagonista si salirà sulle Montagne dove crescono gli aromi che raffigurano i doni dello Spirito, traendo di qui il succo per una sempre più generosa e totale donazione agli altri.

Perché se è vero che se non si cambia il cuore non si cambia niente, è anche vero che da soli non ci si salva, ma ci si salva insieme; e per questo ci vuole un aggancio costante con i doni che lo Spirito offre, fossero anche difficili e amari.

Nella Lettera ai Galati (5, 22) vengono elencate le nove caratteristiche del frutto dello Spirito:

“Il frutto dello Spirito […] è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”.

L’autrice un giorno fu colpita dall’affinità tra le nove caratteristiche del frutto dello Spirito e le nove spezie menzionate del “giardino chiuso” e nel “frutteto dei melograni” (cfr. Cantico dei Cantici 4, 13-14).

Saranno queste le Spezie, di cui l’autrice ci racconta e che rappresentano i doni dello Spirito Santo.

BUONA LETTURA!

Piedi di cerva sulle Alte Vette

di Hannah Hurnard, scrittrice cristiana britannica

Questo libro descrive il viaggio mistico dell’anima a Dio sotto forma di un racconto allegorico-simbolico.

È insieme di immediata comprensione, di gusto saporoso, di profonda sostanza.

In un momento di sete spirituale ardente come quello che viviamo attualmente, è un’opera adatta a liberare l’anelito, radicato in ogni cuore nonostante la sua miseria, ad essere riunito con Dio e rivela la chiave per una “vita vittoriosa” vissuta sulle “Alte Vette” dell’Amore. Il libro sacro del “Cantico dei Cantici” è il filo conduttore per questa piena realizzazione di sé nel dono totale.

 Come accettare il male e trionfare su di esso; come famigliarizzare con l’angoscia, il dubbio, il dolore trasformandoli in qualcosa d’incomparabilmente prezioso; come purificarsi da ogni forma di egoismo per vivere infine una comunione totale con Dio e quindi con i fratelli: ecco le vere lezioni di questo “viaggio al di là di sé”.

Una lettura che lascia dapprima sorpresi, poi scossi, poi commossi e infine convinti.

Dio ci ha creati per sé e i nostri cuori non conosceranno riposo, né gioia finché non lo avranno trovato, come ci ricorda Sant’Agostino e come leggeremo in questo libro.

In quest’opera scopriremo inoltre la capacità di reagire in ogni circostanza al male, alla tribolazione, al dolore, all’angoscia e ad ogni cosa storta, in modo da trasformare tutto ciò in un perenne inno di lode e di gloria a Dio.

Vi vorrei lasciare con il seguente passaggio tratto da questo testo. Descrive molto bene come opera lo Spirito Santo, quando viene in noi, inondandoci del suo amore e riempiendoci della sua grazia.

«Dopo aver scalato la scogliera, scorse una piccola insenatura completamente circondata sui tre lati dagli alti scogli. Non vi era nulla sulla sabbia eccetto dei pezzi di legno marciti e delle alghe arenate. L’impressione prevalente che ne provò fu di profonda desolazione. Quella piccola insenatura sembrava giacere laggiù come un cuore svuotato e anelante alla marea che l’aveva abbandonata e che ora era così lontana da sembrare non dovesse mai più tornare.

Quando Timorosa, spinta dal desiderio, ritornò alla stessa baia solitaria qualche ora più tardi, tutto era cambiato. Le onde vi interrompevano con tutta la forza dell’alta marea e divoravano il lembo di spiaggia. Guardando dall’alto della scogliera, ella vide che l’insenatura, prima così vuota, adesso traboccava. Grandi onde, rumoreggianti e ridenti insieme, vi si riversavano attraverso la stretta entrata e rimbalzavano contro gli scogli, invadendone con impeto irresistibile nicchie e anfratti.

Vedendo questa trasformazione, Timorosa si inginocchiò sulla sommità della scogliera e lì costruì il suo terzo altare. “Signore!”, gridò, “vi ringrazio per avermi condotta fin qui. Guardatemi ora, sono quassù, vuota com’era quella piccola baia, ma in attesa del momento in cui mi riempirete completamente con l’alta marea dell’Amore”.»

BUONA LETTURA!

La via delle Beatitudini – XI

«Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.» (Matteo 5, 10-12)

L’ottava beatitudine può essere intesa come il coronamento di ciò che viene detto da Gesù nel discorso della montagna.

C’è un segno ben preciso, stilistico, che conferma quest’idea. Anche qui, come per i poveri in spirito di cui parla la prima beatitudine, ai perseguitati a causa della giustizia viene promesso il regno dei cieli.

Il cerchio si chiude.

Le cose, tuttavia, non sono così semplici come si crede. Nel discorso della montagna, infatti, della giustizia si è già parlato. E dunque sembra che l’ottava beatitudine costituisca una ripetizione di quanto veniva detto a proposito di chi, della giustizia, ha fame e sete. Di più. Sembra che suggerisca, in maniera disillusa, che il voler avere giustizia, nel mondo in cui viviamo, sia causa di persecuzione. Anche se questo fatto, nelle parole di Gesù, non porta certo alla disperazione, bensì alla gioia.

In realtà la prospettiva in cui si guarda alla giustizia nella quarta e nell’ottava beatitudine è molto diversa.

Nel primo caso la giustizia è qualcosa a cui si aspira.

Nel secondo caso si patiscono le conseguenze di quest’aspirazione e del tentativo di realizzarla. Si tratta anzi, qui, di una beatitudine in cui la persona chiamata in causa non è considerata per quello che è, ma per quello che ha fatto o può fare.

Ma in che modo si può essere perseguitati a causa della giustizia? Che cosa vuol dire, qui, «giustizia»? Il riferimento non è, evidentemente, a coloro che sono vittime di una cattiva interpretazione della legge. Il discorso è più ampio. I veri giusti sono coloro che seguono Gesù. Sono coloro che non solo si conformano ai suoi insegnamenti, ma soprattutto che agiscono allo stesso modo in cui Gesù si è comportato. Fino a essere messo in croce proprio perché giusto.

La fede cristiana si realizza infatti proprio attraverso una relazione impegnativa e coinvolgente: la relazione personale con Gesù Cristo. E questa relazione è coinvolgente proprio in quanto spinge a seguirlo.

Le beatitudini dicono che cosa significa e come si compie questo legame con ciò che Gesù è e fa. E dicono che, in questo modo, l’uomo e la donna si realizzano sempre più pienamente, appunto come esseri umani.

Ecco perché – proprio nel riferimento a questo rapporto personale con Gesù che il cristiano è chiamato ad attuare, proprio nell’indicazione di questa sua possibilità di seguire fino in fondo ciò che viene detto nel discorso della montagna – trova qui piena conclusione la sequenza delle beatitudini.

Infatti solo ora diviene chiaro che cosa comporta l’assunzione dell’atteggiamento – innocente, bisognoso di consolazione, mite, volto alla ricerca della giustizia, misericordioso, puro, pacifico – che Gesù incarna. Comporta la fioritura della figura del giusto. Ma implica anche la possibilità che il giusto, proprio perché tale, venga perseguitato.

Com’è accaduto a Gesù stesso. Come sempre più spesso, in tante parti del mondo, accade oggi ai cristiani e non solo. Anche se i cristiani sanno, in ogni caso, che proprio dei giusti è il regno dei cieli.

Il Santo Padre ci spiega a proposito di questa ultima beatitudine:

“La povertà in spirito, il pianto, la mitezza, la sete di santità, la misericordia, la purificazione del cuore e le opere di pace possono condurre alla persecuzione a causa di Cristo, ma questa persecuzione alla fine è causa di gioia e di grande ricompensa nei cieli.

Il sentiero delle Beatitudini è un cammino pasquale che conduce da una vita secondo il mondo a quella secondo Dio, da un’esistenza guidata dalla carne – cioè dall’egoismo – a quella guidata dallo Spirito.

Il mondo, con i suoi idoli, i suoi compromessi e le sue priorità, non può approvare questo tipo di esistenza. Le “strutture di peccato”, spesso prodotte dalla mentalità umana, così estranee come sono allo Spirito di verità che il mondo non può ricevere (cfr Gv 14, 17), non possono che rifiutare la povertà o la mitezza o la purezza e dichiarare la vita secondo il Vangelo come un errore e un problema, quindi come qualcosa da emarginare. Così pensa il mondo: “Questi sono idealisti o fanatici…”. Così pensano loro.

Se il mondo vive in funzione del denaro, chiunque dimostri che la vita può compiersi nel dono e nella rinuncia diventa un fastidio per il sistema dell’avidità. Questa parola “fastidio” è chiave, perché la sola testimonianza cristiana, che fa tanto bene a tanta gente perché la segue, dà fastidio a coloro che hanno una mentalità mondana. La vivono come un rimprovero.

Quando appare la santità ed emerge la vita dei figli di Dio, in quella bellezza c’è qualcosa di scomodo che chiama ad una presa di posizione: o lasciarsi mettere in discussione e aprirsi al bene o rifiutare quella luce e indurire il cuore, anche fino all’opposizione e all’accanimento (cfr Sap 2, 14-15).

È curioso, attira l’attenzione vedere come, nelle persecuzioni dei martiri, cresce l’ostilità fino all’accanimento. Basta vedere le persecuzioni del secolo scorso, delle dittature europee: come si arriva all’accanimento contro i cristiani, contro la testimonianza cristiana e contro l’eroicità dei cristiani.

Ma questo mostra che il dramma della persecuzione è anche il luogo della liberazione dalla sudditanza al successo, alla vanagloria e ai compromessi del mondo. Di cosa si rallegra chi è rifiutato dal mondo per causa di Cristo? Si rallegra di aver trovato qualcosa che vale più del mondo intero. Infatti «quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita?» (Mc 8, 36). Quale vantaggio c’è lì?

È doloroso ricordare che, in questo momento, ci sono molti cristiani che patiscono persecuzioni in varie zone del mondo, e dobbiamo sperare e pregare che quanto prima la loro tribolazione sia fermata. Sono tanti: i martiri di oggi sono più dei martiri dei primi secoli. Esprimiamo a questi fratelli e sorelle la nostra vicinanza: siamo un unico corpo, e questi cristiani sono le membra sanguinanti del corpo di Cristo che è la Chiesa.

Ma dobbiamo stare attenti anche a non leggere questa beatitudine in chiave vittimistica, autocommiserativa. Infatti, non sempre il disprezzo degli uomini è sinonimo di persecuzione: proprio poco dopo Gesù dice che i cristiani sono il «sale della terra», e mette in guardia dal pericolo di «perdere il sapore», altrimenti il sale «a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente» (Mt 5, 13). Dunque, c’è anche un disprezzo che è colpa nostra, quando perdiamo il sapore di Cristo e del Vangelo.

Bisogna essere fedeli al sentiero umile delle Beatitudini, perché è quello che porta ad essere di Cristo e non del mondo. Vale la pena di ricordare il percorso di San Paolo: quando pensava di essere un giusto era di fatto un persecutore, ma quando scoprì di essere un persecutore, divenne un uomo d’amore, che affrontava lietamente le sofferenze della persecuzione che subiva (cfr Col 1, 24).

L’esclusione e la persecuzione, se Dio ce ne accorda la grazia, ci fanno somigliare a Cristo crocifisso e, associandoci alla sua passione, sono la manifestazione della vita nuova. Questa vita è la stessa di Cristo, che per noi uomini e per la nostra salvezza fu «disprezzato e reietto dagli uomini» (cfr Is 53, 3; At 8, 30-35).

Accogliere il suo Spirito ci può portare ad avere tanto amore nel cuore da offrire la vita per il mondo senza fare compromessi con i suoi inganni e accettandone il rifiuto. I compromessi con il mondo sono il pericolo: il cristiano è sempre tentato di fare dei compromessi con il mondo, con lo spirito del mondo.

Questa – rifiutare i compromessi e andare per la strada di Gesù Cristo – è la vita del Regno dei cieli, la più grande gioia, la vera letizia. E poi, nelle persecuzioni c’è sempre la presenza di Gesù che ci accompagna, la presenza di Gesù che ci consola e la forza dello Spirito che ci aiuta ad andare avanti.

Non scoraggiamoci quando una vita coerente col Vangelo attira le persecuzioni della gente: c’è lo Spirito che ci sostiene, in questa strada.”

La via delle Beatitudini – X

Il cammino intrapreso oggi ci porta a meditare la settima beatitudine:

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Matteo 5, 9)

Il saluto più ripetuto nella Bibbia è «Shalòm», che noi traduciamo con «desidero la pace per te».

Ma nel nostro linguaggio corrente la parola «pace» impoverisce il senso che le dava la Scrittura e che è poi quello che le attribuiva certamente Gesù nella sua settima beatitudine del discorso della montagna.

«Shalòm» designava la pienezza di ogni bene, l’abbondanza, il benessere. Quando in ebraico si augura «Shalòm», si augura una vita bella, piena, prospera, ma anche secondo la verità e la giustizia.

Potremmo dire che «pace», sulla bocca di Gesù, è sinonimo di quel «regno di Dio» che Egli cercò così appassionatamente nella sua vita. È per questo che, nel vangelo di Giovanni, troviamo frasi come questa detta ai discepoli nel suo discorso di congedo: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14, 27).

La sua è molto di più di quella «pseudo-pace» che alle volte si pretende far regnare tra di noi. Come ad esempio, nei tempi passati, la famosa «pace romana», ottenuta a furor di legioni, cioè imposta con la forza e la guerra. O come quella che regna in una famiglia dove si evita semplicemente di affrontare i problemi, perché «si vuole stare in pace», facendosi ognuno «i fatti suoi». Anche nei cimiteri c’è molta pace, ma è la pace della morte!

Gesù non vuole la pace della morte, ma della vita. Quella pace che Egli ha cercato con passione durante tutta la sua vita e che ha raggiunto nel momento della sua risurrezione. Una pace che è sinonimo appunto di pienezza di vita. La pace ha compimento nel Messia, che è il Principe della pace (cfr Is 9, 6; Mic 5, 4-5).

San Paolo scrive che la pace di Cristo è «fare di due, uno» (cfr Ef 2, 14-17), cioè annullare l’inimicizia e riconciliare. La strada per compiere questa opera di pace è il suo corpo. Egli infatti riconcilia tutte le cose e mette pace con il sangue della sua Croce, come dice altrove lo stesso apostolo (cfr Col 1, 20). In questo modo il Signore Gesù ci dona la sua pace. Quella vera, che il mondo non può darci!

Nel vangelo di Giovanni c’è una narrazione piena di suggestione. Racconta di qualcosa avvenuto la sera della Pasqua. Gesù, appena risorto, si presenta vivo in mezzo ai suoi discepoli impauriti e li saluta con le classiche parole imparate dalla tradizione del suo popolo: «Pace a voi!». E dopo aver mostrato loro le mani e il costato, ripete di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20, 19-21). Come a dire: «Ecco la vostra missione nel mondo, prolungamento della mia: andate a operare la pace. Per questo vi do il mio Spirito». La pace è il primo dono del Risorto, è dono di Pasqua.

Non solo fruitori, ma anche e principalmente operatori di pace, della sua pace: è questa la vocazione di chi dice di seguire Gesù. E operare la pace significa lavorare per sradicare dal mondo, piccolo o grande che sia, tutto ciò che genera morte, e per assecondare e far crescere tutto ciò che genera vita. Una vocazione stupenda a cui si connette una grande promessa di felicità.

La pace che Dio ci dona non è una sorta di tranquillità interiore, quiete, armonia, equilibrio interno. Né la pace di Gesù è la semplice assenza della guerra. È molto di più. È la giusta attuazione dei rapporti con Dio, con se stessi, con gli altri, con la natura, con le cose…

Ma, proprio per questo, è anche assenza di guerra. E di guerre ce ne sono tante nel mondo attuale. Guerre aperte, portate avanti per anni e anni utilizzando sofisticati armamenti inventati dall’intelligenza umana, e magari forniti segretamente da chi, d’altra parte, denuncia gli stessi scontri bellici e perfino negozia pubblicamente per stroncarli. E guerre velate, fatte mediante la creazione e il mantenimento di strutture economiche, sociali e politiche che, silenziosamente e senza troppo rumore, falciano la vita di migliaia e migliaia di persone indifese. Alle volte si fa più guerra con una presa di posizione economica (un contratto salariale, un aumento delle tasse…), che priva del necessario i più deboli della società, che con i più raffinati missili.

Ma poi ci sono altre guerre, quelle piccole. Quelle che si fanno all’interno di una famiglia nella quale i rapporti si sono rarefatti o perfino stroncati, quelle che si generano nella stessa Chiesa tra i diversi movimenti o gruppi che si dichiarano seguaci di Gesù… Non spargono materialmente il sangue, ma lo versano in tanti altri modi. Sono fonti di morte per solitudine, per emarginazione, per esclusione.

Ma per fortuna c’è anche oggi nel mondo un’accresciuta sensibilità verso la pace. Si è perfino istituito il premio Nobel per la pace, attribuito a uomini e donne che si sono battuti per crearla o per ristabilirla. I movimenti pacifisti si moltiplicano un po’ dappertutto. Hanno contribuito a creare una nuova sensibilità secondo la quale non esistono «guerre giuste», come si pensava un tempo, anche in ambito ecclesiale. Essi si meritano, siano o no cristiani, la beatitudine proclamata da Gesù. Magari senza saperlo, stanno portando avanti, almeno per quell’aspetto così importante della pace, il grande progetto di Gesù.

C’è davvero da domandarsi se ci si può dire discepoli di colui che per la pace piena e gioiosa tra gli uomini diede anche la sua vita, se si nutrono sentimenti di guerra, se si assumono atteggiamenti aggressivi, se si fanno discorsi bellicosi, se si agisce con violenza verso gli altri, specialmente verso i più deboli.

Un cristiano dovrebbe essere per natura un non-violento. E anche se in passato c’è stato chi, perfino nel nome di Gesù Cristo e portando il suo stendardo, fece la guerra, è il momento di dire «mai più!».

In conclusione ascoltiamo le parole di Papa Francesco a proposito di questa beatitudine:

«Sono chiamati figli di Dio coloro che hanno appreso l’arte della pace e la esercitano, sanno che non c’è riconciliazione senza dono della propria vita, e che la pace va cercata sempre e comunque. Sempre e comunque: non dimenticare questo! Va cercata così.

Questa non è un’opera autonoma frutto delle proprie capacità, è manifestazione della grazia ricevuta da Cristo, che è nostra pace, che ci ha resi figli di Dio.

La vera «Shalòm» e il vero equilibrio interiore sgorgano dalla pace di Cristo, che viene dalla sua Croce e genera un’umanità nuova, incarnata in una infinita schiera di Santi e Sante, inventivi, creativi, che hanno escogitato vie sempre nuove per amare. I Santi e le Sante che costruiscono la pace.

Questa vita da figli di Dio, che per il sangue di Cristo cercano e ritrovano i propri fratelli, è la vera felicità. Beati coloro che vanno per questa via».

La via delle Beatitudini – IX

Oggi meditiamo la sesta beatitudine:

«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Matteo 5, 8)

«Dio non l’ha mai visto nessuno» (Gv 1, 18; 1 Gv 4, 12).

Questa affermazione della Bibbia vuole sottolineare una verità grande: Dio è mistero e, perciò, inafferrabile, ineffabile. Egli è sempre al di là… Ci sovrasta in tale modo che mai nessuno può dire: «Ecco, l’ho preso, è nelle mie mani».

I nostri occhi sono troppo piccoli per riuscire a vedere la sua luce, le nostri mani sono troppo deboli per afferrarlo.

Eppure, come dice un bellissimo salmo, «di Te ha sete l’anima mia, a Te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua» (Sal 63, 2).

L’uomo ha sete di una relazione personale con Dio.

Nel libro di Giobbe leggiamo: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42, 5). Inizialmente conosciamo Dio per sentito dire, ma con la nostra esperienza andiamo avanti e alla fine lo conosciamo direttamente, se siamo fedeli … È questo il cammino della vita nel nostro rapporto con Dio, un rapporto sincero.

Ci insegna Papa Francesco a riguardo:

“Come arrivare a questa intimità, a conoscere Dio con gli occhi? Si può pensare ai discepoli di Emmaus, per esempio, che hanno il Signore Gesù accanto a sé, «ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24, 16). Il Signore schiuderà il loro sguardo al termine di un cammino che culmina con la frazione del pane ed era iniziato con un rimprovero: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!» (Lc 24, 25). Quello è il rimprovero dell’inizio. Ecco l’origine della loro cecità: il loro cuore stolto e lento. E quando il cuore è stolto e lento, non si vedono le cose. Si vedono le cose come annuvolate”.

Anche se non lo pensa, ogni uomo è assetato di Dio. Desidera ardentemente, dal più profondo del suo essere, «vedere il suo volto». Un altro salmo recita: «Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto!”. Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 27, 8-9).

Sant’Agostino recitava nella preghiera: «Ci hai fatto per Te, Signore, e il nostro cuore è irrequieto fino a che non si riposa in Te!». E proprio la visione del volto di Dio che può rendere intensamente felice il cuore umano. L’umanità è andata sempre cercandolo, molte volte «a tentoni», secondo l’espressiva frase di San Paolo nel suo discorso all’areopago di Atene (At 17, 27).

Gesù lo sapeva bene. Ma Egli, come dice Giovanni, era «l’Unigenito che è nel seno del Padre», e come tale, perché conosceva il Padre, ci ha rivelato il suo volto (Gv 1, 18). E ci ha detto che fin d’ora noi possiamo anticipare la felicità, piena e definitiva, che avremo un giorno: noi possiamo già ora vedere Dio! A una sola condizione, quella di avere un cuore puro.

Nella nostra cultura, il cuore è – simbolicamente – la sede dei sentimenti. Nella cultura biblica esso è invece, se così possiamo esprimerci, il luogo della propria e irripetibile identità, lo spazio interiore dove una persona è sé stessa. Esso designa la profondità più intima di ogni essere umano, il «posto» dove si giocano le sue decisioni più personali. Perciò la Bibbia parla così spesso del cuore, perché racconta la storia dei rapporti delle persone tra di loro e con Dio.

Dai vangeli si coglie che Gesù sapeva, per esperienza, che ci sono dei cuori pieni di impurità. Li incontrò più di una volta durante la sua attività per il regno di Dio. Da essi, come Egli dichiarò nel vangelo di Marco, quando i suoi avversari accusavano i suoi discepoli di sedersi alla mensa senza essersi lavate le mani, «escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» (Mc 7, 21-23).

Sono questi i cuori che fecero resistenza e perfino opposizione al grande progetto di fraternità per la vita che Gesù andava proponendo con passione. Proprio perché erano impuri erano «di pietra», come già denunciava nell’antichità il profeta Ezechiele (Ez 36, 26). Essi provocarono l’indignazione e allo stesso tempo la tristezza di Gesù (cfr. Mc 3, 1-6). Cuori come questi non possono vedere Dio, perché sono abitati dalle tenebre, mentre «Dio è Luce» (1 Gv 1, 5).

Il nostro caro Pontefice ci spiega ancora:

“Qui sta la saggezza di questa beatitudine: per poter contemplare Dio è necessario entrare dentro di noi e far spazio a Dio, perché, come dice Sant’Agostino, “Dio è più intimo a me di me stesso” (“interior intimo meo”: Confessioni, III,6,11). Per vedere Dio non serve cambiare occhiali o punto di osservazione, o cambiare autori teologici che insegnino il cammino: bisogna liberare il cuore dai suoi inganni! Questa strada è l’unica.

Questa è una maturazione decisiva: quando ci rendiamo conto che il nostro peggior nemico, spesso, è nascosto nel nostro cuore. La battaglia più nobile è quella contro gli inganni interiori che generano i nostri peccati. Perché i peccati cambiano la visione interiore, cambiano la valutazione delle cose, fanno vedere cose che non sono vere, o almeno che non sono così vere”.

Lo stesso Ezechiele aveva fatto una grande profezia per i tempi futuri:

«Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati;

io vi purificherò da tutte le vostre sozzure

e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo,

metterò dentro di voi uno spirito nuovo;

toglierò da voi il cuore di pietra

e vi darò un cuore di carne» (Ez 36, 25-26).

È l’adempimento di questa profezia l’oggetto della sesta beatitudine proclamata da Gesù nel suo discorso della montagna. Quegli uomini e donne che, come Lui, si lasciano «trapiantare» da Dio un cuore nuovo, liberato da tutti gli egoismi che lo rendono impuro, sono beati.

È lo Spirito Santo che è capace di trasformare il nostro cuore duro, insensibile, di pietra, in un cuore nuovo, che pulsa, vive e ama.

«L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5) e ci trasforma in uomini rinnovati con un cuore di carne.

È la felicità dell’amore, di quello vero e fecondo che fa nascere la vita attorno a sé sia pure pagando di persona. E dove si tocca l’amore, si vede Dio! (1 Gv 4, 12).

Concludiamo questa riflessione facendoci aiutare ancora dalle parole del Santo Padre:

“In questa visione beatifica c’è una dimensione futura, escatologica, come in tutte le Beatitudini: è la gioia del Regno dei Cieli verso cui andiamo. Ma c’è anche l’altra dimensione: vedere Dio vuol dire intendere i disegni della Provvidenza in quel che ci accade, riconoscere la sua presenza nei Sacramenti, la sua presenza nei fratelli, soprattutto poveri e sofferenti, e riconoscerlo dove Lui si manifesta (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2519).

Questa beatitudine è un po’ il frutto delle precedenti: se abbiamo ascoltato la sete del bene che abita in noi e siamo consapevoli di vivere di misericordia, inizia un cammino di liberazione che dura tutta la vita e conduce fino al Cielo.

È un lavoro serio, un lavoro che fa lo Spirito Santo se noi gli diamo spazio perché lo faccia, se siamo aperti all’azione dello Spirito Santo.

Per questo possiamo dire che è un’opera di Dio in noi – nelle prove e nelle purificazioni della vita – e questa opera di Dio e dello Spirito Santo porta a una gioia grande, a una pace vera. Non abbiamo paura, apriamo le porte del nostro cuore allo Spirito Santo perché ci purifichi e ci porti avanti in questo cammino verso la gioia piena”.

La via delle Beatitudini – VIII

Oggi continuiamo a meditare la luminosa via della felicità che il Signore ci ha consegnato nelle Beatitudini, giungendo alla quinta tappa:

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Matteo 5, 7)

In questa beatitudine c’è una particolarità: è l’unica in cui la causa e il frutto della felicità coincidono, la misericordia.

C’è un brano nei vangeli che illustra meravigliosamente il significato di questa beatitudine: è la parabola del Buon Samaritano. Eccola, nella sua stupenda ricchezza e incisività:

«Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gerico, quando incontrò i briganti. Gli portarono via tutto, lo presero a bastonate e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso passò un sacerdote; vide l’uomo ferito, passò dall’altra parte della strada e proseguì. Anche un levita del tempio passò per quella strada; anche lui lo vide, lo scansò e proseguì. Invece un uomo della Samaria, che era in viaggio, gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione. Gli andò vicino, versò olio e vino sulle sue ferite e gliele fasciò. Poi lo caricò sul suo asino e lo portò a una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo. Il giorno dopo tirò fuori due monete d’argento, le diede al padrone dell’albergo e gli disse: “Abbi cura di lui e anche se spenderai di più pagherò io quando ritorno”. A questo punto Gesù domandò: “Secondo te, chi di questi tre si è comportato come prossimo per quell’uomo che aveva incontrato i briganti?”. Il maestro della legge rispose: “Quello che usò di misericordia verso di lui”. Gesù allora gli disse: “Va’ e comportati allo stesso modo”» (Lc 10, 30-37).

Nel racconto si dice che tutti e tre i passanti, tanto il sacerdote quanto il levita e il Samaritano, videro l’uomo mezzo morto ai margini della strada, ma mentre i due primi lo scansarono e proseguirono per il loro cammino, il terzo «ne ebbe compassione».

Il termine usato dall’evangelista Luca in questo punto è molto espressivo. Il Samaritano, visto l’uomo mezzo morto, si commosse fino alle viscere. Gli altri due invece, pur vedendolo, non ebbero la stessa reazione, o almeno la repressero, poiché essa non arrivò a produrre gli stessi effetti che invece produsse nel Samaritano.

Questi effetti sono espressione di una sollecitudine davvero estrema:

«… gli andò vicino, versò olio e vino sulle sue ferite e gliele fasciò, poi lo caricò sul suo asino e lo portò a una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo»; non solo, ma ancora, «il giorno dopo tirò fuori due monete d’argento e le diede al padrone», affinché se ne prendesse cura fino al suo ritorno, disposto a rimborsare anche di tasca sua quanto venisse da lui speso a questo fine. Difficilmente si poteva dipingere a tinte più vive l’interessamento di un uomo per un altro. E, per di più, per un altro sconosciuto e … nemico!

È noto l’odio che separava samaritani e giudei (cfr. Gv 4, 9): questi ultimi consideravano quelli pagani. Per un giudeo era impossibile pensare a un buon samaritano.

Tutto questo darsi da fare del Samaritano ha una chiara sorgente: la sua reazione «viscerale» davanti alla «miserevole» condizione dell’uomo incontrato ai margini della strada.

Egli si sentì toccato nel vivo delle sue viscere da ciò che «vide». Non rimase insensibile ma, viceversa, si sentì intensamente e personalmente interpellato. E, lasciandosi trasportare dalla sua commozione, si mise ad agire per venire incontro alla sua situazione. «Si fece prossimo di quell’uomo che aveva incontrato i briganti», come dice Gesù.

In una parola, «gli usò di misericordia».

Le due componenti, intensa emotività da una parte e impegnata operatività dall’altra, caratterizzano il suo comportamento. Egli è un uomo «buono» (la narrazione è passata alla storia come la parabola del «Buon» Samaritano!). Egli è l’immagine viva della misericordia, nel senso etimologico della parola (miseri-cor-dia: avere cuore per il misero).

Uomini come questo sono di sicuro quelli che si meritano la beatitudine di Gesù: «Beati voi, misericordiosi, perché troverete misericordia».

Sulla sua bocca questa beatitudine suona a complimento e ad augurio. Complimento, perché chi la merita viene riconosciuto come uno che partecipa nello stesso grande progetto di Gesù, il regno di Dio; augurio, perché gli si promette un futuro pieno di gioia. Per lui è un vero vangelo, una vera buona notizia.

A proposito, ci insegna Papa Francesco:

“Da dove nasce la nostra misericordia? Gesù ci ha detto: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6, 36). Quanto più si accoglie l’amore del Padre, tanto più si ama (cfr CCC, 2842). La misericordia non è una dimensione fra le altre, ma è il centro della vita cristiana: non c’è cristianesimo senza misericordia. Se tutto il nostro cristianesimo non ci porta alla misericordia, abbiamo sbagliato strada, perché la misericordia è l’unica vera meta di ogni cammino spirituale. Essa è uno dei frutti più belli della carità (cfr CCC, 1829).

La misericordia di Dio è la nostra liberazione e la nostra felicità. Noi viviamo di misericordia e non ci possiamo permettere di stare senza misericordia: è l’aria da respirare. Siamo troppo poveri per porre le condizioni, abbiamo bisogno di perdonare, perché abbiamo bisogno di essere perdonati”.

Il Buon Samaritano – Vincent Van Gogh

Ma, in realtà, il primo a meritarsi questa beatitudine è lo stesso Gesù.

Infatti, ci sono nei vangeli diversi testi in cui il suo atteggiamento viene descritto con lo stesso termine con cui Luca caratterizzò la reazione del Samaritano misericordioso della parabola. Uno di essi, forse il più emblematico, è quello di Mc 1, 40-41, in cui Egli si ritrova davanti un lebbroso che gli chiede con grande fiducia e speranza di aiutarlo: «Se vuoi, tu puoi guarirmi!». Marco dice che Gesù, alla presenza di questo morto-in-vita, «si sentì toccato nelle viscere». E, continua raccontando, mosso da quella viva compassione, «lo toccò con la mano e gli disse: “Sì, lo voglio: guarisci!” Subito la lebbra sparì e quell’uomo si trovò guarito». La sua reazione è così forte che lo porta perfino a superare la esigente legge della purità legale, che proibiva di toccare un lebbroso sotto pena di contrarre l’impurità legale.

Potremmo dire che Gesù non solo agì sempre misericordiosamente, ma pure che «morì di misericordia». Egli portò il suo atteggiamento di attenzione e di tenerezza particolare verso i più piccoli e deboli, i più «moribondi», fino alle ultime conseguenze. La croce è la suprema espressione di questo suo modo di reagire.

E, dietro a Gesù, ci sono stati nella storia sempre uomini e donne che si sono meritati la beatitudine della misericordia. Tanti santi e sante hanno brillato nella Chiesa per il loro eroico impegno nelle «opere di misericordia». Quelle cosiddette spirituali, e quelle corporali.

Ce ne sono anche oggi. Quanti e quante, magari nel nascondimento e senza fare chiasso, si danno da fare generosamente per accudire i malati, sfamare gli affamati, consolare i tristi, visitare i carcerati, accogliere i senza tetto … Ricordiamo un esempio luminoso: Santa Madre Teresa di Calcutta e tutti quelli che la seguono nell’accudire gli ultimi della società, i «barboni», gli ammalati senza assistenza, gli extracomunitari, …

Una cosa possiamo aggiungere: ci vogliono ancora oggi, indubbiamente, delle «Madre Teresa» che spendano la loro vita e brucino con generosità le loro energie nella misericordia assistenziale, ma ci vogliono anche degli uomini e delle donne che siano capaci di esercitare una autentica misericordia socio-politica, mirata a organizzare e far funzionare la convivenza collettiva «a partire dagli ultimi», con l’attenzione posta in maniera privilegiata sui più deboli in ogni senso e ad ogni livello, senza dimenticare quello in cui si giocano le sorti planetarie dell’umanità.

Uomini e donne, in definitiva, che gestiscano veramente il potere decisionale all’insegna della beatitudine proclamata da Gesù: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».

Il Santo Padre afferma ancora a riguardo della beatitudine odierna:

“La misericordia è il cuore stesso di Dio! Gesù dice: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Lc 6, 37). Sempre la stessa reciprocità. E la Lettera di Giacomo afferma che «la misericordia ha sempre la meglio sul giudizio» (2, 13).

Ma è soprattutto nel Padre Nostro che noi preghiamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6, 12); e questa domanda è l’unica ripresa alla fine: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6, 14-15; cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2838).

Ci sono due cose che non si possono separare: il perdono dato e il perdono ricevuto. Ma tante persone sono in difficoltà, non riescono a perdonare. Tante volte il male ricevuto è così grande che riuscire a perdonare sembra come scalare una montagna altissima: uno sforzo enorme; e uno pensa: non si può, questo non si può. Questo fatto della reciprocità della misericordia indica che abbiamo bisogno di rovesciare la prospettiva. Da soli non possiamo, ci vuole la grazia di Dio, dobbiamo chiederla. Infatti, se la quinta beatitudine promette di trovare misericordia e nel Padre Nostro chiediamo la remissione dei debiti, vuol dire che noi siamo essenzialmente dei debitori e abbiamo necessità di trovare misericordia!

Tutti siamo debitori. Tutti. Verso Dio, che è tanto generoso, e verso i fratelli. Ogni persona sa di non essere il padre o la madre che dovrebbe essere, lo sposo o la sposa, il fratello o la sorella che dovrebbe essere. Tutti siamo “in deficit”, nella vita. E abbiamo bisogno di misericordia. Sappiamo che anche noi abbiamo fatto il male, manca sempre qualcosa al bene che avremmo dovuto fare.

Ma proprio questa nostra povertà diventa la forza per perdonare! Siamo debitori e se, come abbiamo ascoltato all’inizio, saremo misurati con la misura con cui misuriamo gli altri (cfr Lc 6, 38), allora ci conviene allargare la misura e rimettere i debiti, perdonare. Ognuno deve ricordare di avere bisogno di perdonare, di avere bisogno del perdono, di avere bisogno della pazienza; questo è il segreto della misericordia: perdonando si è perdonati. Perciò Dio ci precede e ci perdona Lui per primo (cfr Rm 5, 8). Ricevendo il suo perdono, diventiamo capaci a nostra volta di perdonare. Così la propria miseria e la propria carenza di giustizia diventano occasione per aprirsi al regno dei cieli, a una misura più grande, la misura di Dio, che è misericordia”.