L’impegno per la vita in una civiltà di morte

La vita è dono di Dio. Nessun uomo è padrone della propria vita o di quella degli altri.  

È questa la profonda convinzione che troviamo nella Bibbia, dal categorico comandamento del decalogo  “Non uccidere”, fino al totale rifiuto della violenza e della vendetta da parte di Gesù Cristo, come abbiamo letto nel Discorso della Montagna (cfr. Mt 5, 38-39.43-45).

“Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente;

ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; […]

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico;

ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,

perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.”

Questa continua ancora ad essere la convinzione dei cristiani.

Molti sono purtroppo i modi con i quali si può danneggiare o sopprimere la vita umana.

Qui se ne fa un’analisi alla luce della Parola di Dio e dell’insegnamento della Chiesa, sottolineando soprattutto le ragioni che spingono a un impegno sempre più generoso per custodire e difendere la vita.

Secondo Papa Francesco dobbiamo coltivare la cultura della vita, che significa “prendersi cura dell’altro, volere il suo bene, rispettare la sua dignità”.

Il pontefice afferma inoltre che “il grado di progresso di una civiltà si misura dalla capacità di custodire la vita e per questo sono un attentato alla vita sia il terrorismo, la guerra, la violenza, la denutrizione, l’indifferenza, l’aborto e l’eutanasia”.


“Non uccidere”

Un uomo che uccide un altro uomo. Questo fatto orrendo si è ripetuto infinite volte nella storia: fin dal suo inizio, dice il racconto biblico del uccisione di Abele da parte del fratello Caino (cfr. Gn 4, 3-16).

Si uccide per motivi economici, per invidia e gelosia, per odio e vendetta, per desiderio di supremazia…

Sempre e ancora oggi come ci mostrano i giornali, la radio e la televisione…

L’omicidio è un male gravissimo, condannato dalla coscienza morale di tutti gli uomini e punito severamente dalla legge.

Ma qual è la punizione giusta per chi ha commesso un omicidio? Chi ha ucciso un uomo deve a sua volta essere ucciso?

Così è stato presso tanti popoli, fino a un tempo non molto lontano da noi. Specialmente dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti Stati hanno abolito la pena di morte; ce ne sono invece alcuni che ancora la mantengono, ma le esecuzioni capitali sono rare.

Questa abolizione è in genere motivata dalla volontà di superare la componente di “barbarie” che caratterizza la pena di morte, dal pericolo di colpire degli innocenti e dalla convinzione che sia possibile recuperare in certa misura qualunque uomo, anche il più malvagio.

Per i cristiani l’abolizione della pena di morte è in perfetta sintonia con lo spirito del Vangelo.

Così pure essi sono sollecitati dallo stesso Vangelo a credere nella recuperabilità dei colpevoli e devono impegnarsi perché possa concretamente realizzarsi. In modo particolare, i cristiani puntano sulla prevenzione della delinquenza, attraverso il miglioramento delle strutture economiche, sociali, politiche e attraverso l’azione educativa della famiglia, della scuola, dei gruppi e associazioni, dei mezzi della comunicazione sociale.

Si uccide anche lasciando morire…

Tutti restiamo fortemente colpiti dall’uccisione di un uomo da parte di un altro uomo.

Il fatto invece che nel Terzo Mondo milioni di esseri umani muoiono ogni anno per la denutrizione o per carenza di cure mediche desta un’impressione molto minore o non impressiona per nulla. Stessa cosa succede con le guerre vicino a noi, come in Siria, con i profughi, con i cristiani perseguitati in tutto il mondo.

Forse non ci colpisce, perché si tratta di persone lontane e perché si pensa che ai loro bisogni debbano provvedere gli Stati…

In realtà, anche se in diversa misura, dobbiamo sentirci tutti responsabili delle infinite uccisioni per fame e per mancanza di cure sanitarie.

E ognuno deve fare la sua parte, impegnandosi personalmente e sensibilizzando l’opinione pubblica, perché venga cancellato questo orribile scandalo.


Difendere la vita fin dal suo concepimento.

I cristiani sono convinti che il rispetto per la vita sia uno dei valori più preziosi.

Per questo si impegnano a diffonderlo il più possibile anche fra i non cristiani.

I cristiani ritengono che non sia lecita l’eliminazione del bambino nel grembo materno, l’aborto procurato, perché il bambino è una persona umana fin dal suo concepimento.

L’aborto è infatti un gravissimo male sociale, un peccato che si oppone al comandamento di Dio “Non uccidere”.

Soltanto per salvare la vita della madre, minacciata da un serio pericolo di morte, è lecito accettare, come conseguenza inevitabile, la morte del bambino.

Non sono invece sufficienti altri motivi come la povertà, le difficoltà psicologiche della madre, la situazione problematica della famiglia, le esigenze sociali o economiche, per dichiarare lecita la soppressione di una vita umana.

Gli Stati hanno una legislazione che regola la materia dell’aborto. Nel nostro tempo essi tendono normalmente a depenalizzarlo.

Per i cristiani, il fatto che lo Stato non persegua penalmente chi pratica l’aborto, non toglie niente allo stretto dovere di coscienza di preservare la vita innocente e indifesa del bambino nel grembo materno.

Essi, che sono contro ogni violenza, non possono non condannare in modo assoluto la violenza dell’aborto. È però loro dovere essere attenti ai problemi delle persone che abortiscono, fino a sentirsi responsabili di certe situazioni sociali che possono spingere all’aborto e devono impegnarsi sinceramente per trasformarle.

Sempre dalla parte della vita.

Perché non è giusto dare la morte “per pietà”.

Ci sono delle persone che, per paura della sofferenza e della morte o perché non hanno più interesse per la vita, chiedono una fine indolore con l’eutanasia, parola greca che significa “bella morte”.

I cristiani ritengono che non sia mai lecito togliere la vita a un uomo, neppure dietro sua esplicita richiesta.

Spinti dell’amore, essi cercano invece ogni mezzo per alleviare il suo dolore, per sostenerlo nella prova, per incoraggiarlo.

Alla luce della passione e morte di Gesù, i cristiani vedono nella sofferenza la possibilità di realizzare un’esperienza di fede e di amore che ha un valore incalcolabile.

Dinanzi alla sofferenza e alla malattia i credenti sono invitati a non perdere la serenità, perché nulla, nemmeno la morte, può separarci dall’amore di Cristo.

In Lui e con Lui è possibile affrontare e superare ogni prova fisica e spirituale e, proprio nel momento di maggiore debolezza, sperimentare i frutti della Redenzione.

Il Signore risorto si manifesta, in quanti credono in Lui, come il vivente che trasforma l’esistenza dando senso salvifico anche alla malattia ed alla morte.

Il presidente francese Francois Mitterand, malato di tumore, disse di volersi opporre all’eutanasia: “Non ho abolito la pena di morte per poi reintrodurla in un’altra forma!”.


Il dramma del rifiuto della vita.

Ogni persona sana ha un grande attaccamento alla vita.

La delusione per una esistenza sbagliata o fallita, il grande dispiacere per disgrazie subite, l’ossessiva preoccupazione per l’avvenire, la convinzione dell’inutilità e assurdità della vita, il rimorso per il male commesso, la disperazione… possono portare a compiere il tragico gesto di togliersi la vita.

I cristiani ritengono che per nessun motivo l’uomo abbia il diritto di uccidersi. La vita è un dono di Dio di cui non si può disporre a piacimento: ci è stata data per il bene nostro e degli altri uomini e per questo scopo deve essere vissuta fino al momento voluto da Dio.

Chi in piena coscienza e libertà fa violenza a se stesso, dandosi la morte, commette un gravissimo peccato.

Ma spesso il suicidio è dovuto a stati di profondo turbamento o depressione, a malattie psichiche, che possono togliere completamente la responsabilità.

I cristiani sanno di non avere in nessun caso i dati sufficienti per giudicare chi si è tolta la vita né il diritto di farlo: essi affidano questo loro fratello alla misericordia di Dio e pregano per lui.

Non mettere in pericolo la vita.

La vita è un grandissimo valore. Per questo non è cosa giusta e ragionevole, quando non ci sia una vera e pressante necessità, mettere in pericolo la vita propria o quella degli altri.

Esistono sport e lavori altamente pericolosi. La loro pratica non è giustificata né dal brivido, né tanto meno dall’interesse economico.

La società deve operare responsabilmente per l’eliminazione di questi pericoli.

Inoltre l’uso di droghe e l’utilizzo eccessivo di alcol e di tabacco possono danneggiare gravemente la salute e portare anche alla morte. Per eliminare questi mali, al di là dell’azione sociale, resta fondamentale l’impegno della persona.


La grande forza della nonviolenza.

Dall’esempio di Gesù i cristiani si sentono sollecitati a praticare fino in fondo, in modo anche eroico, la nonviolenza.

Preferiscono essere uccisi che uccidere, mettendo totalmente la loro vita nelle mani di Dio, sicuri che la restituirà loro migliore dopo la morte.

Essi non possono non condividere pienamente queste parole di Gandhi, instancabile predicatore della nonviolenza: “La non violenza é la forza più grande di cui disponga l’umanità… L’uomo vive liberamente in quanto è pronto a morire, se necessario, per mano di un suo fratello, mai a ucciderlo”.

In conclusione riprendiamo nuovamente le parole di papa Francesco, che afferma che una società giusta riconosce come primario il diritto alla vita dal concepimento fino al suo termine naturale.

Il Santo Padre ci invita anche a “mantenere alto lo sguardo sulla sacralità di ogni persona umana, perché la scienza sia veramente al servizio dell’uomo, e non l’uomo al servizio della scienza”

Dichiara inoltre: “Purtroppo nella nostra epoca, così ricca di tante conquiste e speranze, non mancano poteri e forze che finiscono per produrre una cultura dello scarto; e questa tende a divenire mentalità comune”.

Una delle conseguenze di questa cultura del mercato, dell’“io assoluto”, fa sì che si metta da parte tutto ciò che non serve, ciò che disturba, la così detta cultura dello scarto.

Dice ancora il Pontefice a riguardo: “Le vittime di tale cultura sono proprio gli esseri umani più deboli e fragili, cioè i nascituri, i più poveri, i vecchi malati, i disabili gravi, che rischiano di essere scartati, espulsi da un ingranaggio che dev’essere efficiente a tutti i costi”.

“Questo falso modello di uomo e di società attua un ateismo pratico negando di fatto la Parola di Dio che dice: <Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza>.

Per Bergoglio, va riconosciuta e rispettata “una dignità originaria di ogni uomo e donna, insopprimibile, indisponibile a qualsiasi potere o ideologia”.

Ed è proprio “la forza della Parola” sull’uomo creato da Dio “a Sua Immagine” che, secondo Papa Francesco, “pone dei limiti a chiunque voglia rendersi egemone prevaricando i diritti e la dignità altrui”.

Ma occorre farsi interrogare da questa Parola e non lasciarla mai nel dimenticatoio: “Se lasciamo che essa interpelli la nostra coscienza personale e sociale, se lasciamo che metta in discussione i nostri modi di pensare e di agire, i criteri, le priorità e le scelte, allora – ha spiegato infatti il Pontefice – le cose possono cambiare”.

Essa, inoltre, “nel medesimo tempo, dona speranza e consolazione a chi non è in grado di difendersi, a chi non dispone di mezzi intellettuali e pratici per affermare il valore della propria sofferenza, dei propri diritti, della propria vita”.

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