Il Discorso della Montagna III

UN AMORE SENZA CONDIZIONI

Beati i miti: vincere il male con il bene

Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente;

ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra;

e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.

E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due.

Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.

Matteo 5, 38-42

La frase “occhio per occhio e dente per dente” riporta la legge del taglione (Es 19,15-51; 21,24; Lv 24,20), è uno dei capisaldi delle legislazioni antiche (Codice di Hammurabi e Legge delle dodici tavole). Essa doveva sostituire la legge della vendetta di sangue (Gen 4,23). Al tempo di Gesù la legge del taglione era ancora vigente, ma poteva essere sostituita con un risarcimento in denaro.

La non-violenza richiesta da Gesù non è vile rassegnazione, ma forza e intraprendenza dell’amore. La potenza dell’impotenza ha la sua più alta manifestazione in Gesù che “fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio” (2Cor 13,4) e poggia sulla fede che l’impotenza della croce vince il male.

Con il principio della non-violenza Gesù contrappone alla mentalità giuridica dell’Antico Testamento il nuovo ideale dell’amore. Il male perde la sua forza d’urto solo quando non trova resistenza.

La Chiesa perseguitata ha assunto questo atteggiamento comandato da Gesù: “Gli apostoli se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù” (At 5,41).

I quattro esempi elencati da Matteo hanno lo scopo di illustrare il comandamento: “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio”.

Lo schiaffo sulla guancia destra è particolarmente doloroso e oltraggioso perché è un manrovescio. Gesù flagellato e schiaffeggiato conferma con il suo esempio la validità del suo insegnamento (Mt 26,67; Is 50,6).

La lite giudiziaria con chi pretende la tunica come caparra o come risarcimento danni, non ha più senso per il discepolo di Gesù, anzi, egli non farà valere per sé neppure il comandamento che vietava il pignoramento del mantello del povero e il dovere di restituirglielo prima del tramonto del sole (Es 22,25; Dt 24,13): egli darà la tunica e il mantello senza opporre resistenza.

Il terzo esempio che mette il discepolo a confronto con la violenza è quello della requisizione da parte di autorità militari o statali per costringerlo a prestazioni forzate. Ne abbiamo un esempio in Mt 27,32: “Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prendere su la croce di lui”.

Il miglio (= 1478,70 metri) era una misura romana e quindi richiama concretamente la dominazione dell’impero di Roma al tempo di Gesù e dell’evangelista. Quando gli saranno imposte queste prestazioni forzate, il discepolo di Gesù non deve ribellarsi o coltivare astio nel cuore, ma prestarsi liberamente e di buon animo a fare con gioia il doppio di quanto esige da lui la prepotenza del malvagio.

Il quarto esempio ci presenta i poveri e i richiedenti. Essi non sono dei nemici o dei malvagi, ma possono suscitare una reazione violenta a causa delle cattive esperienze fatte in precedenza. Leggiamo nel Libro del Siracide 29,4-10: “Molti considerano il prestito come una cosa trovata e causano fastidi a coloro che li hanno aiutati. Prima di ricevere, ognuno bacia le mani del creditore, parla con tono umile per ottenere gli averi dell’amico; ma alla scadenza cerca di guadagnare tempo, restituisce piagnistei e incolpa le circostanze. Se riesce a pagare, il creditore riceverà appena la metà e dovrà considerarla come una cosa trovata. In caso contrario il creditore sarà frodato dei suoi averi e avrà senza motivo un nuovo nemico; maledizioni e ingiurie gli restituirà, renderà insulti invece dell’onore dovuto. Tuttavia sii longanime con il misero e non fargli attendere troppo l’elemosina. Per il comandamento soccorri il povero secondo la sua necessità, non rimandarlo a mani vuote. Perdi pure denaro per un fratello e amico, non si arrugginisca inutilmente sotto una pietra”.

La motivazione del comandamento: “Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle” sarà evidenziata nel seguito del vangelo da Gesù stesso che ci comanda la conformità con il comportamento del Padre: “Il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano” (Mt 7,11).

Attraverso questi atteggiamenti i discepoli si dimostrano amici dei loro nemici e tentano di cooperare con Dio per il ravvedimento degli ingiusti e dei malvagi come ha fatto Gesù. San Paolo ha sintetizzato questo insegnamento nella lettera ai Romani (Rm 12,21): “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male”.

Se questi princìpi e questi comportamenti entrassero nella società odierna, essa non solo non ne avrebbe un danno, ma vedrebbe migliorare i rapporti umani più di quanto possono ottenere tutti gli apparati della giustizia, della prevenzione e della repressione.

Beati i misericordiosi: amare anche chi non ci ama

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico;

ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,

perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.

Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?

E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?

Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Matteo 5, 43-48

Logica stringente e scomoda, verità ineccepibile e che pure dimentichiamo: Gesù ci chiede in cosa si distingue la nostra vita da quella degli altri, dai fratelli che non credono.

Amare coloro che ci amano, ascoltare i simpatici o chi ci fa i complimenti è la cosa più semplice e istintiva che possiamo fare. Ma l’atteggiamento del discepolo va oltre: cerca ragioni e dialogo, non mette sé al centro, ma l’altro, compatisce le proprie e le altrui debolezze e fragilità.

Difficile e improponibile, se ciò viene vissuto come una specie di eroico sacrificio. Possibile, se questo diventa estensione dello stile di vita di Dio in noi.

Perciò Gesù ci chiede di imitare il Padre nel suo amare chiunque, nell’aspettare pazientemente che anche il figlio più lontano e ostinato alla fine si converta.

Apriamo il cuore alla nuova logica di Dio, oggi, con le persone antipatiche, con chi ci vuole fare le scarpe in ufficio, con dignità e verità sappiamo andare oltre l’istinto, il moto di stizza o di nervosismo; con semplicità e verità vogliamo bene, cioè auguriamo il bene a tutti coloro che incontriamo sul nostro cammino.

Un ultimo appunto: per evitare eccessi o che un cristiano si senta in dovere di essere diverso, migliore, perfetto, san Luca riporta le stesse ammonizioni, e corregge Matteo dicendo: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro che è nei cieli”. La perfezione di Dio non consiste in una specie di asettica e benevola superiorità, ma in un incontro tra la nostra miseria e il suo cuore, la misericordia, appunto, di chi sa guardare alla povertà con comprensione e cordialità.

Rendici misericordiosi, oggi: che la tua perfezione di amore si rifletta, un poco almeno, nell’accoglienza che sapremo dare a tutti i fratelli che oggi incontreremo, Dio benedetto nei secoli!

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