Una parola “vera” per comunicare

La fiducia, necessaria per vivere, nasce dalla verità

La convivenza umana nella famiglia, nei gruppi e nella società è fondata sulla fiducia reciproca.

Senza fiducia si vive nel sospetto, nella paura, in atteggiamento di continua difesa.

La fiducia invece fa cadere le barriere che dividono, permette l’incontro, la collaborazione, la festa…

Le parole non vere e il comportamento falso minano alla radice la fiducia.

Per questo sono un grave male, un peccato.


Sincerità, espressione concreta d’amore

Ispirandosi all’insegnamento e all’esempio di Gesù, il cristiano è semplice e onesto, dice sempre e nel modo più opportuno la verità.

Questo è per lui un modo concreto di esprimere il suo amore per il prossimo.

I rapporti interpersonali quotidiani sono costellati di occasioni in cui viene messa alla prova la sincerità.

I pettegolezzi, le mormorazioni, le critiche ingiustificate o inopportune, sono azioni molto frequenti, fatte con estrema disinvoltura e superficialità, quasi fossero cose insignificanti.

Esse in realtà avvelenano o rendono molto pesante la convivenza dei gruppi e comunità e recano spesso grave danno al prossimo.

La veracità deve essere presente in tutti i rapporti tra le persone, ma ci sono alcuni momenti e situazioni in cui diventa particolarmente grave l’assenza di essa.

È quanto ricorda l’ottavo Comandamento del Decalogo: “Non dire falsa testimonianza”, facendo esplicito riferimento ai processi, nei quali sono in gioco la vita oppure la libertà, l’interesse economico, il buon nome di una o più persone.

Testimoniare il falso in un processo, permettendo o provocando un’ingiusta condanna, è uno dei peccati più gravi, equivalente in alcuni casi all’omicidio.

Danni simili possono essere provocati dalle dichiarazione non vere o calunnie sul conto di una determinata persona, famiglia, gruppo.

Per dovere di giustizia, il male fatto agli altri deve essere efficacemente riparato.

Cause dell’ipocrisia, della falsa testimonianza sono soprattutto l’ambizione personale, il timore di fare brutta figura, di perdere la stima e di essere puniti, l’interesse economico, l’invidia, la concorrenza, …

Il cristiano è impegnato a combattere seriamente questi atteggiamenti sbagliati, costruendosi una personalità vera, capace di dare e di ricevere fiducia.

Gesù è la verità

Nel Vangelo di San Giovanni Gesù afferma di sé: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6).

Dopo essersi definito la via che conduce al Padre, il Signor Gesù dichiara di essere la verità, dandone testimonianza con la sua vita e il suo insegnamento.

“Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18, 37). Queste sono le parole rivolte da Gesù a Pilato che lo stava interrogando s’egli fosse veramente il re d’Israele.

Parole che il procuratore romano non capisce e che gli fanno chiedere: “Che cos’è la verità?” (Gv 18, 38), senza però attendere la risposta.

Difatti subito si allontanò.

Peccato, perché ha perso l’occasione propizia di sapere da Gesù che la verità ch’egli attribuiva a sé stesso, significa la sua persona, la sua Parola, la sua opera.

Tutta la storia della salvezza è verità perché rivelazione, cioè manifestazione del piano di salvezza di Dio.

La rivelazione ha il suo culmine e la definitiva realizzazione in Gesù Cristo, il quale perciò è la verità, è la rivelazione.

Rivelazione significa appunto verità rivelata.

Gesù è la verità su Dio che lo fa conoscere come Padre, Padre suo e nostro.

“Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 31-32).

Se così farete, dice Gesù, io vi libererò dalla schiavitù dell’ignoranza, del demonio e del peccato.

Dichiarandosi verità, Gesù si eguaglia e si identifica con Dio: questa è davvero una inconfutabile, convincente, autorevolissima dichiarazione della sua divinità.

La vita eterna e la salvezza si acquistano solo per mezzo di Cristo, il depositario della verità.

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1, 14).

Papa Francesco discutendo sull’ottavo Comandamento, ci insegna:

“Vivere di comunicazioni non autentiche è grave perché impedisce le relazioni e, quindi impedisce l’amore.

Dove c’è bugia non c’è amore, non può esserci amore.

E quando parliamo di comunicazione fra le persone intendiamo non solo le parole, ma anche i gesti, gli atteggiamenti, perfino i silenzi e le assenze.

Una persona parla con tutto quel che è e che fa. Tutti noi siamo in comunicazione, sempre. Tutti noi viviamo comunicando e siamo continuamente in bilico tra la verità e la menzogna. ”

La verità trova la sua piena realizzazione nella persona stessa di Gesù (cfr Gv 14,6), nel suo modo di vivere e di morire, frutto della sua relazione con il Padre.

Questa esistenza da figli di Dio, Egli, risorto, la dona anche a noi inviando lo Spirito Santo che è Spirito di verità, che attesta al nostro cuore che Dio è nostro Padre (cfr Rm 8,16).

La verità è la rivelazione meravigliosa di Dio, del suo volto di Padre, è il suo amore sconfinato.

Questa verità corrisponde alla ragione umana ma la supera infinitamente, perché è un dono sceso sulla terra e incarnato in Cristo crocifisso e risorto; essa è resa visibile da chi gli appartiene e mostra le sue stesse attitudini.

Non dire falsa testimonianza vuol dire vivere da figlio di Dio, che mai, mai smentisce se stesso, mai dice bugie; vivere da figli di Dio, lasciando emergere in ogni atto la grande verità: che Dio è Padre e ci si può fidare di Lui.

Io mi fido di Dio: questa è la grande verità.

Dalla nostra fiducia in Dio, che è Padre e mi ama, ci ama, nasce la mia verità e l’essere veritiero e non bugiardo” .

Mass media a servizio della verità per la liberazione dell’uomo

Nella nostra società odierna hanno grande rilevanza i mass media o strumenti di comunicazione di massa (libri, giornali e altri periodici, cinema, radio, televisione, internet in tutte le sue sfaccettature).

Essi possono rendere uno straordinario servizio alla verità, diffondendo ampiamente informazioni che accrescono il patrimonio delle conoscenze e favoriscono il progresso civile.

Possono inoltre aiutare gli uomini a comunicare tra loro, a comprendersi e a collaborare.

La missione della Chiesa è portare la salvezza a tutti gli uomini, come Gesù ci ha comandato: “Andate e predicate il Vangelo a tutte le genti sino agli estremi confini della terra” (At 1, 8).

Per diffondere il Vangelo e predicare l’annuncio della salvezza è necessario utilizzare anche questi strumenti.

I mass media però possono essere usati anche per il male: per propagare la menzogna e l’errore, per spingere alla violenza o verso altre passioni distruttive dell’uomo, per danneggiare, soprattutto con diffamazioni o calunnie, persone, gruppi e istituzioni.

Così le persone o il gruppo (economico, politico o culturale) che ha il controllo degli strumenti di comunicazione di massa, che monopolizza l’informazione, ha in mano un grandissimo potere, fino alla decisione della vita o della morte sociale di un’altra persona o gruppo.

Lo vediamo bene nelle varie dittature passate e ancora presenti.

La possibile azione demolitrice dei mass media si realizza non solo attraverso la notizia falsa, ma anche attraverso la notizia vera, però parziale, attraverso la censura su determinati fatti o attraverso il giudizio tendenzioso su di essi.

Di qui la necessità di un controllo sociale sui mass media, perché non si trasformino in strumenti di dominio e oppressione e ancora di più, la necessità di diventare critici nei confronti di essi, per non lasciarsene condizionare.

Le cose per l’uomo, non l’uomo per le cose

Le cose sono solo dei “mezzi”

Secondo un modo di pensare molto diffuso, la misura della riuscita nella vita è l’avere.

Attraverso le cose, l’uomo afferma se stesso, conquista uno spazio sempre maggiore di potere, domina sugli altri, si gode l’esistenza…

La concezione opposta, pone la realizzazione dell’uomo nell’essere, più precisamente nell’essere con e nell’essere per gli altri.

L’uomo si realizza nella comunione interpersonale. Le cose sono mezzi per esprimere e promuovere questa comunione; e, in quanto mezzi, devono essere possedute “con distacco” e relativizzate.

L’origine dei termini Avere e Essere

«Avere», da un punto di vista linguistico, in molte culture è espresso in termini di possesso.

Ad esempio in ebraico «io ho» deve essere espresso mediante la forma indiretta jesh li («è a me», «è mio»).

«Essere» può essere utilizzato per esprimere il concetto di esistenza.

Dio stesso, nel libro dell’Esodo, si manifesta a Mosè chiamandosi: “Io sono colui che sono”, “Io sono colui che è” (Es 3, 14).

Gesù nel Vangelo di San Luca dice a proposito di questa diatriba tra avere e essere: «Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per me, colui la salverà. Infatti, che giova all’uomo l’aver guadagnato il mondo intero, se poi ha perduto o rovinato se stesso?» Lc 9, 24-25

Guadagnare il mondo intero, ma perdere se stessi!

Il messaggio cristiano opera davvero un capovolgimento totale dei valori più diffusi e ambiti della nostra società e di sempre.

La realizzazione dell’uomo e la felicità non stanno nel successo, nella ricchezza o nel potere, ma nel dare la propria vita agli altri.

Non c’è prezzo per acquistare la vita eterna, la salvezza ci viene gratuitamente da Dio. Dobbiamo unicamente aprire il nostro cuore a Lui, accettandolo come Signore e Salvatore della nostra vita.

Ricordate la parabola del ricco stolto raccontata da Gesù nel Vangelo di San Luca?(cfr. Lc 12, 16-21) La stoltezza del ricco non sta nel fatto che quando muore deve lasciare i beni agli eredi, quanto nell’aver accumulato tesori per se stesso e non presso Dio.

Dunque il compimento dell’uomo e la sua felicità non stanno nell’accumulare cose, ma piuttosto nello stare con Dio, nello scoprirsi essere amati da Dio, essere figli suoi, essere uomini nuovi, essere salvati da Lui. È questo l’insegnamento delle Beatitudini.

Non stanno nell’avere, bensì nell’essere.

Il possesso è la questione centrale dell’avere, ma ha una valenza mutevole in quanto strettamente dipendente dal valore di cui è investito il bene/oggetto.

Seneca infatti, nelle Lettere a Lucilio, afferma: «Possedere un bene non serve a niente se non si è pronti a perderlo. E i beni la cui perdita è più facilmente tollerabile sono quelli che, perduti, non possono essere oggetto di rimpianto».

Erich Fromm: Avere o Essere?

Secondo lo psicologo Erich Fromm ci sono due categorie attraverso le quali vengono distinti gli individui: coloro che vivono secondo la modalità dell’avere e coloro che seguono invece un sistema di vita incentrato sull’essere.

La modalità esistenziale dell’avere è tipica di coloro che hanno un rapporto col mondo di possesso e proprietà e aspirano ad impadronirsi di ogni cosa e di ogni persona, compreso se stessi.

Essere significa invece rinnovarsi, crescere, espandersi, amare, trascendere il carcere del proprio io isolato, provare interesse, prestare attenzione, dare.

La modalità esistenziale dell’essere rimanda a ciò che è consistente, autentico e vero, alla vera natura, all’essenza di una persona o di una cosa,
oltre ogni apparenza.

Nel consumismo Fromm identifica la principale forma dell’avere, introducendo una formula inquietante: “Io sono = ciò che ho e ciò che consumo”.

Nell’esperienza quotidiana la modalità dell’avere è considerata dall’uomo come la più naturale, anzi talvolta rappresenta l’unico stile di vita accettabile.

Ma c’è un’altra distinzione che afferma meglio la differenza essenziale tra queste due modalità, come riporta lo stesso Fromm: “L’avere si riferisce alle cose e le cose sono fisse e descrivibili. L’essere si riferisce all’esperienza e l’esperienza umana è in via di principio indescrivibile”.

Stupenda è inoltre l’intuizione temporale che colloca l’essere nel qui e ora (hic et nunc) e la modalità dell’avere nel tempo presente, passato e futuro perché secondo questa seconda modalità noi siamo legati a ciò che abbiamo accumulato in passato e guardiamo al futuro come all’anticipazione di quel che diverrà il passato.

L’uomo nuovo secondo Fromm deve possedere delle precise caratteristiche, tutte imperniate nella modalità esistenziale dell’essere.

Se gli esseri umani riuscissero a vivere, anche solo un poco, secondo questa modalità e quest’etica, l’intera società ne gioverebbe e sparirebbero come d’incanto tutta una serie di mali e di accidenti radicati da secoli nel mondo.

L’uomo nuovo di Fromm, collocato nella società nuova, è forse una visione un po’ utopica, alla luce dell’attuale deriva dell’umanità, ma vale davvero la pena soffermarsi su questi aspetti determinanti per l’individuo.

La condizione di apatia, disinteresse, assenza di stimoli e vitalità, nel solco di una piena esistenza incentrata sull’avere sono lo specchio dell’attuale società che restituisce un uomo contemporaneo ridotto a semplice ingranaggio di un sistema marcio e corrotto, manipolato nel pensiero e nell’azione dai mass media, al quale non è consentito pensare con la propria testa, ma che deve usufruire di un pensiero univoco e omologato, preconfezionato e standardizzato, a lui riservato; un uomo a cui è concesso solo consumare, sopravvivere in un ambiente malato, per poter continuare ad alimentare la legge del consumo, unico fine.

Un dono per un servizio

Seguendo l’insegnamento della Bibbia, il cristiano non rifiuta le cose e non le disprezza: le considera invece in sé buone (cfr. Gn 1, 31).

Sono per lui un dono, di cui è riconoscente a Dio.

Ma questo dono è un impegno: le cose non sono state date a lui per un egoistico possesso, e tanto meno come uno strumento per il dominio e l’oppressione degli altri; gli sono state date per un servizio.

Non lasciarsi dominare dalle cose

Le cose sono però sempre una “tentazione”; c’è il pericolo di diventare schiavi di esse.

In tutta la Bibbia troviamo richiamata con forza l’esigenza di instaurare un rapporto giusto con le cose.

Due esempi significativi.

Nella lettera agli Ebrei viene fatta ai cristiani questa raccomandazione: “La vostra vita non sia dominata dal desiderio dei soldi” (Eb 13, 5).

E nel Vangelo di San Matteo, Gesù afferma: “Dove sono le tue ricchezze, là c’è anche il tuo cuore” (Mt 6, 21). “Non potete servire allo stesso tempo Dio e i soldi” (Mt 6, 24). “Cercate il regno di Dio e fate la sua volontà; tutto il resto vi sarà dato in più” (Mt 6, 33).

Il messaggio del 7° e del 10° Comandamento

La più grande disgrazia per l’uomo è fare delle cose, lo scopo della propria vita.

Solo l’uomo che sa dominare le cose, che le sa usare come mezzo, resta libero per un rapporto autentico e profondo con Dio e con gli altri, e cresce veramente in umanità.

L’avarizia, la cupidigia, la smania di possesso sono alla base della maggior parte delle tensioni, degli odi, delle lotte tra gli uomini.

È in questa luce che devono essere letti il 7° e il 10° Comandamento del Decalogo, espressi così nella formulazione tradizionale: “Non rubare” e “Non desiderare la roba d’altri”.

La preoccupazione fondamentale dei due Comandamenti è quella di eliminare la violenza fra gli uomini, che si esprime attraverso l’ingiusta appropriazione dei beni altrui.

Anzi questa violenza, che nasce dalla mancanza di amore ed è causa di divisioni e lotte nella comunità, viene colpita nella sua radice profonda, a livello di “desiderio”.

L’ “avere” è per l’ “essere”

La difesa della proprietà presuppone che le cose, acquistate con mezzi onesti da una persona, come pure da una famiglia, da un gruppo o comunità, da uno Stato, possano essere legittimamente possedute.

E questo diritto deve essere rispettato dagli altri. La giustificazione di tale diritto sta nella funzione delle cose: sostanzialmente esse sono necessarie per la sopravvivenza dei singoli, per l’incontro fra loro, per costruire le comunità e la società.

Se correttamente inteso, il possesso crea spazi di autonomia e di libertà, che sono fondamentali per una vita degna dell’uomo e questo deve essere anzitutto dei beni di prima necessità.

Ovviamente il 7° e il 10° Comandamento non intendono difendere la proprietà disonestamente acquistata o l’uso ingiusto, egoistico, e dissennato delle cose.

La Bibbia insiste sulla destinazione dei beni della terra a tutti gli uomini e sullo stretto dovere della condivisione, così che nessuno debba soffrire o morire a causa dell’egoismo di altri uomini.

Dio giudicherà tutti sul comportamento nei confronti di coloro che erano nel bisogno (cfr. Mt 25, 31-46).